C’era qualcosa nel suo modo di muoversi, combattere, addirittura conversare. Qualcosa tra una creatura vivente e una specie di congegno meccanico, come quegli automata che i nobili e gli istruiti utilizzavano con così tanto successo. Sul campo di battaglia, era un vortice di acciaio, arti come gli insetti e sangue ovunque, la sua voce gracchiante suonava come il rombo di un tuono. Ho visto i suoi nemici, e che fossero uomini, dannati o demoni, tutti si ghiacciavano di terrore, o addirittura svenivano quando venivano colpiti dalla potenza del suo ruggito.
Quell’urlo di morte annunciava la carica delle moltitudini al suo comando, pronte a seguirlo ovunque andasse. Come un vento spietato, calava sui nemici, ignorando il pericolo, sordo alle urla di supplica, ma certamente non muto: quando le voci in coro delle sue truppe rispondevano al loro signore, era come se tutte le trombe di Jericho avessero strillato all’unisono.
Non vi sono mura, o cuori, che possano reggere un simile suono.





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